Spagna – Don Pérez Godoy, SDB: “Nessuna guerra ha giustificazione, tanto meno in nome di Dio”

(ANS – Madrid) – La guerra in Medio Oriente, e non solo, i viaggi del Papa in vari Paesi dell’Africa e in Spagna, la realtà della Congregazione dopo il Capitolo Generale 29°, il tema vocazionale nella sua Regione… Sono tanti i temi affrontati da don Juan Carlos Pérez Godoy, Consigliere per la Regione Mediterranea, in una lunga intervista concessa al portale spagnolo “Religión Digital”. Di seguito una nostra sintesi dei suoi interventi.

Quali sfide specifiche vede nelle presenze salesiane della regione Mediterranea?

La prima è che è una Regione di straordinaria diversità: lingue, culture, religioni e realtà sociali… Il Mediterraneo comprende società europee secolarizzate, contesti cristiani ortodossi e diverse nazioni a maggioranza musulmana.

In alcuni paesi, i cristiani vivono come minoranze e devono far fronte a vincoli legali o sociali; in altri, l’aggressiva secolarizzazione pone nuove sfide pastorali, anche se si vedono alcuni focolai di ritorno alla spiritualità, così come la necessità di un dialogo interreligioso. Di conseguenza, le realtà giovanili variano notevolmente: l’Europa deve far fronte al declino demografico e a una crescente preoccupazione per la salute mentale dei giovani, mentre il Medio Oriente e il Nord Africa registrano una numerosa popolazione giovanile caratterizzata dalla disoccupazione, pressioni migratorie e instabilità politica.

Anche se le sfide demografiche e l’invecchiamento sono evidenti in alcune parti d’Europa, la regione continua a mostrare una buona vitalità pastorale. Particolarmente significativa è stata l’espansione delle opere dedicate ai giovani a rischio, ai migranti e alle persone socialmente vulnerabili. Sono segni di crescita missionaria e della nostra determinazione a rimanere presenti dove i giovani hanno più bisogno di noi.

In definitiva, in questo crocevia di continenti, culture e tradizioni di fede, e in mezzo a situazioni di grandissima povertà, di violenza e di conflitti bellici, i Salesiani della Mediterranea continuano a vivere la loro vocazione salesiana con coraggio e realismo. Siamo consapevoli delle sfide, ma abbiamo fiducia nella Provvidenza e abbiamo scelto di leggere la storia attraverso il prisma della speranza. In realtà, non siamo chiamati a preservare le strutture, ma a generare speranza. Questa è la prima e principale sfida. La diversità dei contesti ci sfida ad essere profondamente radicati in Cristo e, allo stesso tempo, capaci di dialogo, rispetto e creatività.

Come descriverebbe il momento che vivono oggi i salesiani?

Anche se sembra già sentito, è vero: stiamo vivendo un cambiamento epocale, una vera rivoluzione. Ma questo non ci preoccupa. Questa è la base del rinnovamento della Congregazione Salesiana che abbiamo avviato già dagli anni ’70, con il Capitolo Generale Speciale, per rispondere all’appello del Concilio Vaticano II. Da allora non abbiamo cessato di rinnovare la Congregazione secondo le esigenze dei tempi, cercando sempre quella che noi chiamiamo una fedeltà dinamica, cioè con Don Bosco e con i tempi. Questo è molto salesiano.

Ed è per questo che il CG29 segna una linea di continuità in questo rinnovamento, una linea di consolidamento delle grandi scelte che segnano la nostra identità – che sono irrinunciabili – e, allo stesso tempo, di apertura alla novità di fronte alle nuove sfide. Ad esempio, per questo sessennio che abbiamo iniziato un anno fa, ci siamo dati quattro linee prioritarie di lavoro. La prima riguarda il rafforzamento della centralità di Cristo nella nostra vita, seguendo l’esempio di Don Bosco; la seconda riguarda la nostra Proposta Pastorale, carismaticamente aggiornata e realizzata con competenza e professionalità; la terza, molto attuale, pone lo sguardo sull’Intelligenza Artificiale e le sfide educative e pastorali che essa comporta; e infine, ma molto importante, la nostra Università Pontificia Salesiana di Roma.

La Regione Mediterranea soffre di una forte carenza di vocazioni. Quale diagnosi fa di questa crisi e quali percorsi salesiani concreti propone per invertirla?

Nella nostra Regione Mediterranea, ad eccezione della Croazia, i numeri parlano di fragilità, ma dal punto di vista della fede, la fragilità ci ricorda che il futuro si costruisce sulla grazia di Dio, non solo sulla nostra forza. Come salesiani in questa Regione abbiamo cercato di costruire un cammino di conversione personale e comunitaria, rinnovando la frontiera missionaria e approfondendo il discernimento sulla nostra vita consacrata salesiana oggi. Perché prima dei numeri, questa è la prima preoccupazione: vivere la nostra vita consacrata salesiana in modo che possa suscitare interrogativi ed essere interpellante per i giovani di oggi e, come conseguenza, potrà venire la nostra fecondità vocazionale.

Ma, a mio avviso, per comprendere questa crisi vocazionale dobbiamo prestare attenzione anche al contesto in cui viviamo fortemente segnato da “una crisi di cultura vocazionale”. In una cultura fortemente segnata dall’individualismo e dal secolarismo; da sospetto di tutto ciò che comporta sacrificio, rinuncia, sforzo… è molto difficile capire la vita come vocazione. A ciò si aggiungono altri tipi di difficoltà come la bassa natalità, la crisi della famiglia, la debole educazione alla fede, il caos degli abusi e certe correnti di discredito della Chiesa.

Non c’è una bacchetta magica per invertire questa situazione. Ma ritengo che il cammino non possa essere altro che quello di un’esperienza fedele e profetica della nostra vocazione consacrata salesiana, che riveli la nostra passione per Cristo e per i giovani; la testimonianza attraente di una fraternità gioiosa; lo stare in mezzo ai giovani, camminare con loro, sentendo le loro preoccupazioni e speranze, offrendo loro il volto di una Chiesa simpatica; offrire loro una proposta seria di itinerari di educazione alla fede e un buon accompagnamento spirituale per aiutarli nel cammino della risposta personale a Gesù Cristo; e l’impegno di tutta la comunità cristiana di riferimento per fare e accompagnare la proposta vocazionale con buoni processi e non solo con eventi isolati. Il resto dipende dalla grazia di Dio.

L’Europa e il Mediterraneo sono segnati da conflitti come la guerra in Ucraina e nel Medio Oriente. Cosa dice ai leader che vogliono trasformare la guerra in Iran in una crociata nel nome di Dio?

Nessuna guerra ha giustificazione, tanto meno nel nome di Dio. Qualche giorno fa l’Arcivescovo di Rabat, Card. Cristóbal López, SDB, diceva a Siviglia che “un cristiano che giustifica la guerra deve rivedere la sua coscienza”. Ma non solo i cristiani, qualsiasi persona di buona volontà dovrebbe farlo. Una cosa che ho capito in questi anni di servizio in questa zona è che non è la stessa cosa giudicare a distanza o vedere la realtà faccia a faccia. Per esempio, quando si parla allegramente da lontano di “effetti collaterali”: lì si vede che questi cosiddetti effetti collaterali hanno un nome concreto, hanno volti, sono persone, molti dei quali bambini e bambine, feriti nella loro dignità più profonda, sono famiglie distrutte, senza casa, senza futuro… La vergogna più grande è che dietro ci sono sempre interessi economici e strategie di potere che si vogliono imporre con la ragione della forza, e mai con la forza della ragione. Quanto vorrei che la nostra Europa si unisse in una sola voce di difesa della dignità umana, della libertà, dei diritti individuali, della forza della ragione e del dialogo!

Il Mediterraneo è ancora il “grande cimitero dei migranti”, come diceva Francesco?

Purtroppo, è ancora così. Per questo la migrazione è diventata una priorità pastorale determinante per noi salesiani e lo è anche per la Chiesa. Il bacino del Mediterraneo rimane uno dei principali corridoi migratori del mondo e le opere salesiane sono spesso in prima linea nell’accoglienza, nell’educazione e nell’integrazione. Stiamo cercando di raddoppiare i nostri sforzi non solo qui, accogliendoli nel loro inserimento sociale, ma anche con progetti di sviluppo nei luoghi d’origine, per contribuire a migliorare le condizioni di vita in modo che siano più dignitose e consentano il normale sviluppo delle persone senza dover emigrare. Dio voglia che arrivi il tempo in cui l’emigrazione sia un diritto esercitato liberamente e non un obbligo per cercare condizioni di vita più dignitose per la persona.

In questo senso, seguendo la scia di Francesco, Papa Leone afferma in Dilexi te che “la Chiesa, come madre, cammina con chi cammina. Dove il mondo vede una minaccia, lei vede figli; dove si innalzano muri, lei costruisce ponti”. Alcuni, tra cui anche cristiani e cristiane, dovrebbero prenderne atto.

Cosa si aspetta dal viaggio del papa prima in Algeria e poi in Spagna?

Questa prima tappa del viaggio del Papa in Africa mira a rafforzare i legami tra il Vaticano e l’Algeria, promuovendo la pace e la comprensione reciproca. Speriamo che possa servire ad eliminare gli ostacoli e facilitare l’ingresso dei missionari in questa frontiera missionaria che è per la nostra Regione una benedizione e un appello a una maggiore solidarietà.

Per quanto riguarda la visita in Spagna, noi spagnoli eravamo in attesa dall’ultima volta che si è fatta, nel 2011. Spero che possa aiutare ad aprire orizzonti di speranza, di pace, di comprensione e riconciliazione e soprattutto che i suoi messaggi ci aiutino a vivere la nostra fede con fedeltà a Gesù Cristo, in comunione ecclesiale e nella fedeltà ai sogni e alle speranze degli uomini e delle donne di questo tempo, specialmente i giovani e i più poveri. Mi aspetto molto in particolare dalla visita alle Canarie, incentrata sulla realtà migratoria. Speriamo che ci aiuti a cambiare i nostri cuori di fronte a questa realtà.

Il testo completo dell’intervista è disponibile, in lingua spagnola, qui.

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